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Cosa succede nel cervello di fronte a uno stimolo gustativo durante un evento BrainArt

lettura 20 min.
aggiornato 3 days fa
Visitatore con il sensore EEG Muse sulla fronte che beve un sorso di vino rosato a occhi chiusi durante la degustazione BrainArt alla BIT 2026

Lo stesso vino sembra più buono quando si crede che costi di più. Nel cervello cambia l’attività della regione che valuta il piacere, mentre restano uguali le aree che registrano che cosa c’è in bocca. Il sapore nasce dall’incontro tra la lingua, il naso, il tatto, le orecchie, gli occhi e le aspettative di chi assaggia. Seguiamo lo stimolo gustativo dai calici gustativi alla corteccia orbitofrontale e vediamo perché la sazietà abbassa il piacere di un assaggio ripetuto. Spieghiamo poi che cosa ne coglie un sensore EEG appoggiato sulla fronte quando masticare e deglutire disturbano il segnale. Nella seconda parte la scienza diventa progettazione per presentazioni prodotto, fiere ed eventi aziendali. Raccontiamo le metriche Impatto e Persistenza e sei esperienze BrainArt costruite su caffè, vino, cornetti, panini, prodotti tipici e cocktail.

Key takeaways

  • Nello studio di Pasadena pubblicato su PNAS nel 2008 lo stesso vino, presentato con un prezzo più alto, veniva giudicato più gradevole e attivava di più la corteccia orbitofrontale mediale, mentre le aree gustative primarie non cambiavano.
  • Il segnale gustativo passa dal tronco encefalico e dal talamo, raggiunge la corteccia gustativa primaria nell’insula anteriore e nell’opercolo frontale e poi la corteccia orbitofrontale, dove riceve un valore.
  • Tutte le regioni della bocca dotate di calici gustativi rispondono ai cinque gusti di base, e la mappa della lingua deriva da una rilettura sbagliata di misure pubblicate nel 1901.
  • Consumare a sazietà lo stesso cibo ne riduce il piacere e l’attività orbitofrontale che lo accompagna senza toccare la risposta agli altri cibi, per questo in una degustazione contano porzioni piccole, pause e un ordine pensato.
  • Masticazione e deglutizione producono disturbi muscolari molto più ampi del segnale cerebrale, e nella metrica Persistenza la misura parte dalla deglutizione scartando i due o tre secondi successivi.
  • Al lancio della Nescafé Dolce Gusto NEO, su 106 partecipanti, l’Impatto dell’aroma è risultato persistente nel 54 per cento dei casi, delicato nel 30, avvolgente nell’11 e intenso nel 5.

Venti persone, al California Institute of Technology di Pasadena, assaggiano cinque Cabernet Sauvignon distese dentro uno scanner per risonanza magnetica. Il vino arriva in bocca un millilitro alla volta, spinto da pompe elettroniche lungo tubi di plastica lunghi dieci metri, e su un piccolo schermo compare il prezzo di ciascuno, da 5 a 90 dollari. I vini in realtà sono tre. Quello da 5 dollari viene servito anche con il cartellino da 45, quello da 90 anche con il cartellino da 10. Nello studio pubblicato su PNAS nel 2008 lo stesso vino veniva giudicato più gradevole quando i partecipanti lo credevano più caro, e insieme al giudizio cresceva l’attività della corteccia orbitofrontale mediale, una regione che segue il piacere provato durante un’esperienza.

Otto settimane dopo gli stessi partecipanti riassaggiarono i vini senza alcun prezzo, e le differenze sparirono. Un altro dettaglio dello studio interessa da vicino chi lavora su un prodotto. Le aree gustative primarie, quelle che registrano che cosa c’è in bocca e con quale intensità, non cambiavano con il prezzo; cambiava la valutazione. Uno stimolo gustativo arriva quindi al cervello già accompagnato da ciò che la persona sa, si aspetta, vede e sente, e il piacere che ne ricava si forma là dove tutte queste informazioni si incontrano. Per chi porta un assaggio dentro un evento è il punto da cui partire, insieme a una domanda pratica su che cosa possa cogliere di quel momento un sensore appoggiato sulla fronte.

Stimolo gustativo, dalla lingua all’impulso elettrico

Le piccole sporgenze che rendono ruvida la lingua si chiamano papille, e molte di esse ospitano i calici gustativi, gruppi di circa cento cellule raccolti a forma di bocciolo. Calici gustativi si trovano anche sul palato molle e in gola. Sulla punta delle cellule ci sono i recettori, proteine che riconoscono le molecole sciolte nella saliva. Dolce, amaro e umami vengono riconosciuti da recettori di una stessa grande famiglia, mentre salato e acido passano da canali che lasciano entrare nella cellula particelle cariche. Quando il recettore si attiva, la cellula trasmette un segnale alle fibre nervose che la raggiungono. Le cellule gustative hanno vita breve e vengono sostituite di continuo da cellule nuove.

I gusti di base riconosciuti sono cinque, cioè dolce, salato, acido, amaro e umami, il sapore pieno del brodo, del pomodoro maturo e dei formaggi stagionati. La mappa della lingua studiata a scuola, con il dolce sulla punta e l’amaro in fondo, nasce da un equivoco. Una tesi tedesca del 1901 aveva misurato le soglie di sensibilità in vari punti della lingua e trovato differenze piccole; quattro decenni più tardi un manuale americano ridisegnò quei dati senza una scala che ne mostrasse le proporzioni, e le piccole differenze diventarono zone separate. Oggi si sa che i calici di tutte le regioni della bocca rispondono a tutti e cinque i gusti.

Schema della bocca con i tre tipi di papille gustative sulla lingua, palato molle e faringe, e ingrandimento di un calice gustativo con il poro gustativo
Le papille fungiformi, foliate e circumvallate della lingua ospitano i calici gustativi, presenti anche sul palato molle e in gola. Negli ingrandimenti, una papilla in sezione e un calice gustativo con il suo poro. Fonte Charles Spence/Current Biology.

Una strada che passa dal talamo

Dalla bocca il segnale viaggia lungo tre nervi cranici; il facciale raccoglie i due terzi anteriori della lingua, il glossofaringeo il terzo posteriore, il vago la gola. Le tre vie confluiscono nel nucleo del tratto solitario, nel tronco encefalico, un nucleo che nella sua parte posteriore riceve anche i segnali provenienti dagli organi interni. Da lì il segnale sale al talamo e raggiunge la corteccia gustativa primaria, nascosta nella parte anteriore dell’insula e nell’opercolo frontale, la piega del lobo frontale che in parte la ricopre.

Qui sta la prima differenza con l’olfatto, che arriva alla corteccia senza passare dal talamo. Nella corteccia gustativa primaria vengono codificati la qualità del gusto e la sua intensità, insieme alla consistenza e alla temperatura di ciò che si ha in bocca. Il passaggio successivo porta il segnale alla corteccia orbitofrontale, dietro la fronte e sopra gli occhi, dove gusto, odore, consistenza e vista del cibo convergono e ricevono un valore. Ne fa parte anche la porzione mediale che a Pasadena rispondeva al prezzo.

Il sapore nasce da più sensi insieme

Quello che nel linguaggio comune si chiama gusto è il sapore, una percezione che il cervello costruisce con informazioni provenienti da più sensi. La lingua ne fornisce una parte. Il resto arriva dal naso, dal tatto, dalle orecchie e dagli occhi.

Il naso lavora dall’interno

Mentre si mastica e si deglutisce, le molecole aromatiche risalgono dal fondo della gola verso il naso, lungo la via chiamata retronasale. Il cervello fonde quegli aromi con i gusti della lingua e colloca tutta la sensazione in bocca, per cui l’aroma viene percepito come gusto. Basta tapparsi il naso durante un sorso di caffè per accorgersene, perché restano l’amaro e poco altro. Quanto pesi l’olfatto nel sapore complessivo nessuno lo ha misurato con un numero affidabile, e le percentuali che circolano non hanno una base solida.

Tatto e temperatura

Il nervo trigemino porta al cervello le sensazioni tattili e termiche della bocca, quindi la consistenza, l’astringenza di un vino tannico, il piccante, il fresco della menta, e da qui dipende in buona parte il calore di un sorso di vino o di distillato. L’alcol abbassa la soglia di attivazione di un recettore sensibile al calore da circa 42 a circa 34 gradi, vicino alla temperatura del corpo, e il recettore scatta anche con un liquido fresco.

La temperatura reale agisce invece sul gusto stesso. Un canale presente nelle cellule che riconoscono dolce, amaro e umami si apre molto di più al caldo, ed è uno dei motivi per cui un gelato sciolto sembra più dolce di uno appena uscito dal freezer e lo stesso vino sembra meno dolce quando è servito freddo.

Il suono del morso

Anche l’udito entra nel sapore. Massimiliano Zampini, dell’Università di Trento, e Charles Spence, dell’Università di Oxford, fecero mordere ai partecipanti patatine tutte uguali mentre una cuffia restituiva il suono del morso, modificato di volta in volta. Nello studio pubblicato sul Journal of Sensory Studies nel 2004 le patatine sembravano più croccanti e più fresche quando il suono era più forte o quando venivano amplificate le frequenze acute. Il lavoro valse ai due ricercatori il premio Ig Nobel per la nutrizione nel 2008, il riconoscimento ironico per le ricerche che prima fanno ridere e poi fanno pensare. Per un prodotto costruito sulla croccantezza, il rumore del primo morso fa parte del prodotto.

Il colore nel bicchiere

Gli occhi intervengono prima di tutti gli altri sensi. In un esperimento condotto a Bordeaux, 54 assaggiatori, studenti di enologia, descrissero un vino bianco colorato di rosso con un colorante privo di odore usando i termini che si usano per i rossi. Il colore aveva orientato la descrizione degli aromi.

Prima del sorso conta quello che ci si aspetta

Due ospiti indossano il sensore EEG di BrainArt durante la degustazione dei vini Farina, con un calice di vino rosso sul tavolo
Durante la degustazione, il sensore EEG segue la risposta di ogni ospite al vino, poi tradotta in un’opera unica.

L’esperimento di Pasadena applica la stessa logica a un’informazione che non attraversa i sensi, il prezzo, che alza le aspettative e le fa entrare nel calcolo del piacere. Gli autori ipotizzano che recensioni, marchio, provenienza e pubblicità producano effetti simili, ed è un’ipotesi che lo studio non verifica. Il campione era piccolo e formato da giovani che bevevano vino rosso senza esserne esperti.

Per un brand la conseguenza pratica è che il racconto che precede l’assaggio fa parte dello stimolo. Il nome del prodotto, la storia di chi lo ha fatto, il luogo da cui viene, il modo in cui viene servito arrivano nella stessa regione del cervello in cui si decide quanto è piaciuto.

Il filtro del gusto si chiama sazietà

Ogni senso ha un modo per abbassare il volume su ciò che si ripete, e per il gusto il più evidente è la sazietà sensoriale specifica. Quando si mangia o si beve molto della stessa cosa, il piacere per quel cibo cala mentre quello per gli altri resta quasi intatto, ed è il motivo per cui dopo un secondo abbondante resta spazio per il dolce. In uno studio di risonanza magnetica su dieci persone, chi aveva bevuto a sazietà latte al cacao o succo di pomodoro trovava meno gradevole la bevanda consumata, e la stessa riduzione compariva nell’attività di una zona della corteccia orbitofrontale, soltanto per quella bevanda.

A questo si aggiunge l’adattamento, cioè la perdita di intensità di un gusto tenuto a lungo in bocca. L’analisi sensoriale professionale si difende da entrambi con regole precise, che le norme internazionali del settore fissano in pause e risciacqui tra un campione e l’altro e in un ordine di presentazione bilanciato. Una degustazione a un evento non ha bisogno della stessa rigidità, ma ne può ereditare il principio.

Ogni bocca assaggia a modo suo

Una sostanza amara chiamata PROP divide la popolazione in tre gruppi. Secondo le stime più citate, circa un quarto delle persone la percepisce appena o per nulla, circa metà la trova amara e un altro quarto intensamente amara; chi appartiene a quest’ultimo gruppo ha in media più papille sulla parte anteriore della lingua. Le proporzioni cambiano tra popolazioni, e la genetica, con un gene che codifica un recettore dell’amaro, spiega una parte della differenza ma non tutta.

Due ospiti davanti allo stesso vino non hanno quindi in bocca la stessa esperienza, ed è una ragione in più per leggere ogni risposta a partire dal riferimento della singola persona.

Cosa registra un elettrodo davanti a uno stimolo gustativo

Ragazzo con il sensore EEG Muse sulla fronte che annusa un calice di vino rosato durante la degustazione BrainArt alla BIT 2026
Un visitatore porta il calice al naso con il sensore sulla fronte, allo stand della Regione Molise alla BIT 2026 di Milano.

La corteccia gustativa primaria sta in profondità, sotto le pieghe che la ricoprono, e un elettrodo sul cuoio capelluto non la registra direttamente. In una degustazione vera c’è poi un ostacolo in più, i muscoli. Masticare, muovere la lingua e deglutire attivano mascella, viso e collo, e l’attività elettrica dei muscoli è molto più ampia di quella cerebrale. Lo mostra bene uno studio esplorativo pubblicato nel 2025 da un laboratorio universitario milanese, condotto con 15 assaggiatori professionisti di caffè, una cuffia da 38 elettrodi e un protocollo rigido, con risciacquo prima di ogni assaggio e il liquido trattenuto in bocca per dieci secondi prima di deglutire. Pur con tecniche avanzate di pulizia e finestre scelte per ridurre i disturbi muscolari, gli autori considerano la qualità dei dati non ottimale.

Dalla fronte si può confrontare il lato sinistro con il destro, e su questo confronto si basa l’asimmetria frontale, l’indice più studiato anche per il gusto. Le ricerche che lo hanno usato per valutare la piacevolezza di un assaggio in condizioni realistiche sono ancora poche, spesso presentate a convegni, e restano preliminari. L’indice descrive una direzione, la tendenza ad avvicinarsi o ad allontanarsi da uno stimolo, e non distingue un’emozione dall’altra.

Come il sensore BrainArt legge la risposta a uno stimolo gustativo

Negli eventi usiamo il Muse 2 di InteraXon, un archetto EEG a secco che si indossa in pochi istanti, senza gel, collegato via Bluetooth alla postazione. Ha due elettrodi sulla fronte, uno a sinistra e uno a destra, e due appoggi dietro le orecchie. Oltre all’attività elettrica del cervello registra il battito del cuore e i movimenti della testa, due segnali che in una degustazione diventano utili. Il battito cambia ritmo quando qualcosa attiva la persona, il movimento permette di riconoscere l’istante in cui il sorso viene deglutito.

Nessun elettrodo si trova sopra l’insula, e il sensore segue la risposta che affiora nelle regioni frontali e temporali durante e dopo l’assaggio. Il protocollo tiene conto dei muscoli. Nella degustazione di vino il sensore registra prima dell’assaggio, per circa trenta secondi, l’attività a riposo della persona con il calice in mano, che diventa il suo punto di riferimento. La misura vera e propria parte dalla deglutizione, scarta i due o tre secondi successivi, ancora disturbati dai movimenti della bocca, e segue il ritmo alfa raccolto dietro le orecchie, uno dei segnali più stabili del dispositivo.

Dal segnale al quadro

Ospite con un calice di vino rosso davanti a uno schermo diviso in due metà che mostra due opere BrainArt nei toni del rosso e dell’arancio
Due ospiti vivono la sessione in contemporanea, ciascuno con la propria metà dello schermo, durante la degustazione Farina Wines.

Il segnale viene elaborato da algoritmi proprietari e convertito in parametri visivi che guidano l’immagine sullo schermo in tempo reale. Il colore nasce dall’asimmetria alfa frontale. I toni caldi raccontano un coinvolgimento spontaneo, quelli freddi una risposta analitica e volontaria, che durante una degustazione può voler dire riconoscere gli aromi o distinguere l’acidità dal corpo, e i verdi un equilibrio tra le due direzioni. Il movimento delle linee segue il livello di attivazione, mentre la struttura dei vortici funziona come una firma personale che cambia da persona a persona.

Al termine il quadro viene stampato su carta fotografica e consegnato in un pieghevole personalizzabile con il marchio dell’azienda ospite, e il team presente in loco, composto da neuroscienziati e psicologi, lo spiega a chi l’ha generato. Il quadro descrive come si è comportato il segnale durante l’assaggio, e non dice che cosa la persona abbia pensato o provato.

Una metrica costruita sull’assaggio

La versione digitale dell’opera arriva in una dashboard personale, che per gli stimoli gustativi ospita una lettura pensata per quel prodotto. Al lancio della Nescafé Dolce Gusto NEO abbiamo introdotto l’Impatto, che descrive la velocità e la forza con cui l’aroma del caffè raggiunge la persona nei primi istanti, che lo abbia soltanto annusato o anche bevuto, e si esprime in quattro forme, intenso, avvolgente, persistente e delicato.

Per i vini di Farina Wines abbiamo costruito la Persistenza, che guarda al momento opposto del sorso. I sommelier chiamano finale le sensazioni che restano dopo la deglutizione e lo misurano in secondi. La Persistenza osserva la stessa finestra di tempo seguendo il ritmo alfa, che si allontana dal livello di riposo e poi vi rientra, e considera conclusa la risposta quando l’attività resta nel suo intervallo abituale per almeno tre secondi. Le letture sono quattro, ispirate alla scala dei sommelier. Passeggera fino a sei secondi, distesa tra sei e quindici, duratura oltre i quindici, sfumata quando la risposta si dissolve senza un confine netto.

Nessuna delle due metriche giudica la qualità del prodotto o misura il gusto. La Persistenza, in particolare, nasce dall’incontro tra il vino, con il suo alcol, i tannini e il tipo di aromi, e chi lo beve, con la propria saliva e l’attenzione che dedica al sorso.

Progettare lo stimolo gustativo per il proprio evento

Calice di vino bianco accanto a un portatile che mostra un’opera BrainArt dalle linee dorate, con la brochure Farina sul tavolo
L’opera prende forma sullo schermo dalla risposta registrata durante l’assaggio, alla presentazione della linea Remo Farina a Milano.

Quello che si sa sul gusto si traduce in decisioni concrete per chi organizza. Che cosa far assaggiare, in quale quantità, a quale temperatura, in quale ordine e con quale racconto sono scelte che cambiano con ciò che l’evento deve ottenere, e presentazione prodotto, fiera ed evento aziendale chiedono cose diverse.

Presentazione prodotto, il primo assaggio è il momento da progettare

Con giornalisti, creator e influencer l’obiettivo è agganciare il marchio al ricordo attraverso un passaggio preciso dell’esperienza, e quando il prodotto è un alimento o una bevanda quel passaggio coincide con il primo assaggio. L’esperimento sul prezzo suggerisce di curare le parole che lo precedono, perché nome, origine e lavorazione entrano nella valutazione. La temperatura di servizio cambia il dolce percepito, il suono del morso cambia la croccantezza. A tavola, con più prodotti da presentare, porzioni piccole e pause tengono lontana la sazietà e lasciano a ogni assaggio la sua risposta.

Fiera, l’assaggio diventa visibile sullo schermo

In un padiglione la funzione è portare flusso allo stand e raccogliere contatti. Un assaggio non si vede da lontano, e chi passa vede soltanto persone che mangiano. Lo stand che ospita BrainArt mostra invece sullo schermo una visualizzazione che cambia in tempo reale con la risposta di chi sta assaggiando, leggibile anche a distanza. La consegna del quadro e della versione digitale tramite codice QR o email crea il momento naturale per il contatto, nel rispetto delle informative sulla privacy. Porzioni piccole e un bicchiere d’acqua tengono lontana la sazietà di chi ha già assaggiato molto nei padiglioni.

Evento aziendale, un sapore legato a quella serata

Per una festa di Natale, un anniversario o un kick off la funzione è la memorabilità. A tavola il gusto c’è già, ed è lo stimolo più naturale da trasformare in esperienza. Il calice del brindisi o un cocktail creato per l’occasione diventano l’origine di un quadro diverso per ogni collega, che resta come oggetto fisico. Il discrimine rispetto a un buffet ben fatto sta nella progettazione, perché l’esperienza viene costruita attorno a un assaggio preciso che si vuole legare a quella serata. Per un gruppo che preferisce uscire dall’ufficio, l’esperienza in cantina a Fattoria del Cerro, a Montepulciano, con Tenute del Cerro, dura circa tre ore e si prenota con almeno dieci giorni di anticipo.

Il dato di percezione raccolto a tavola

Quando l’ingaggio è di neuromarketing esperienziale, i segnali registrati mentre i partecipanti assaggiano un prodotto diventano dati di percezione restituiti al brand. Con il Product Lab, il nostro format di neuromarketing esperienziale, l’azienda riceve metriche proprietarie su attenzione ed emozione e un report operativo da usare nelle decisioni su sviluppo prodotto e posizionamento. In questo caso il modo di lavorare cambia, perché dietro c’è uno studio. Porzioni, temperatura, ordine degli assaggi e pause vanno standardizzati.

Il confronto con il laboratorio va fatto apertamente. A Pasadena il vino arrivava da un tubo tenuto tra le labbra come una cannuccia, a persone sdraiate supine dentro uno scanner, che dovevano trattenerlo in bocca e deglutire a comando. Sono condizioni che producono dati precisi, lontane da una tavola. All’evento la persona tiene il calice in mano e beve quando vuole, seduta a un pranzo o in piedi davanti a un bancone. Raccogliamo meno dati, in condizioni molto più vicine a quelle in cui il prodotto verrà consumato davvero.

Lo stimolo gustativo in sei eventi BrainArt

Il gusto è entrato nelle nostre esperienze in contesti molto diversi, dal lancio di un prodotto davanti a creator e influencer a una fiera internazionale, fino a una festa di paese.

Il 16 settembre 2026, in Terrazza Duomo a Milano, il lancio della Nescafé Dolce Gusto NEO per creator e influencer ha incluso una degustazione del caffè preparato con la nuova macchina. Gli ospiti, due alla volta, guardavano un breve video di Nescafé e poi annusavano o assaggiavano il caffè. Dei 106 partecipanti, il 54 per cento ha avuto un Impatto persistente, il 30 delicato, l’11 avvolgente e il 5 intenso. La media cromatica delle opere si è attestata sul verde, segno di persone che hanno percepito e analizzato nello stesso momento.

A ottobre 2026 Farina Wines ha presentato tre nuovi vini della linea Remo Farina, il Corte Conti Cavalli Rosso Veronese IGT 2023, il Montecorna Valpolicella Ripasso DOC Classico Superiore 2024 e il Montefante Amarone della Valpolicella DOCG Classico Riserva 2021, durante un pranzo nel ristorante stellato di Andrea Aprea a Milano. È l’occasione per cui abbiamo creato la Persistenza, e la dashboard di ogni ospite riportava, accanto all’opera e alla lettura del finale, la scheda del vino degustato con annata, gradazione e sentori.

Per il lancio del McCrunchy Chicken, il 25 febbraio 2025 nel ristorante McDonald’s di via Dante a Milano, l’esperienza doveva dare forma al primo morso. La visualizzazione in tempo reale è stata costruita sull’identità del marchio, con lo sfondo arancione, effetti azzurri affilati a richiamare la croccantezza, il rosso per i segnali cerebrali più intensi e la scritta Crunch al centro. La croccantezza, che si sente con i denti e con le orecchie, è diventata anche un elemento visivo.

Al SIGEP 2026 di Rimini, dal 16 al 20 gennaio, la Re B. Experience co-progettata con Forno d’Asolo ha presentato in anteprima il nuovo cornetto Re B. attraverso tre sensi, il gusto dell’assaggio, l’olfatto della fragranza e l’udito, con una canzone scelta da ogni visitatore. In cinque giorni di fiera sono state create oltre 820 opere.

Alla BIT 2026 di Milano, allo stand della Regione Molise, i visitatori hanno degustato prodotti tipici del territorio, tra vini, formaggi e dolci. Per l’occasione ha debuttato il format BrainArt & IA, in cui la frequenza media attorno a cui si organizza l’attività cerebrale durante la degustazione determina la conformazione di un paesaggio, marino, collinare o montano.

A Taurisano, in Salento, dal 2 al 4 agosto 2025, dentro la festa patronale di Santo Stefano, un cocktail è stato usato per la prima volta come attivatore dell’esperienza, in alternativa a un brano musicale o a un momento a occhi chiusi. In tre giorni le esperienze sono state oltre 250.

Un gusto riconosciuto dopo un secolo

Nel 1908 Kikunae Ikeda, chimico dell’Università Imperiale di Tokyo, estrasse da un brodo di alga kombu la sostanza responsabile di un sapore che non era dolce, né salato, né acido, né amaro. Era il glutammato, e Ikeda chiamò quel sapore umami, da una parola giapponese che indica qualcosa di buono, di gustoso. In Occidente l’idea fu accolta con grande lentezza, e il riconoscimento pieno arrivò quando, tra il 2000 e il 2002, furono identificati i recettori della bocca che lo rilevano. Nel frattempo chiunque avesse mangiato un formaggio stagionato lo aveva sentito per tutta la vita, senza una parola per nominarlo. Un sapore può esistere a lungo nell’esperienza delle persone prima di trovare una forma che lo renda riconoscibile.

Heidi Garcia

Author profile

Heidi Garcia

Laureata Triennale in Ingegneria Informatica e Magistrale in Ingegneria Robotica e dell'Automazione. Da sempre appassionata di tecnologia, spazio e divulgazione scientifica, con un occhio all'attualità.

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Domande frequenti

Cosa succede nel cervello quando sentiamo un gusto?

Le cellule dei calici gustativi riconoscono dolce, salato, acido, amaro e umami e inviano il segnale lungo tre nervi cranici fino al tronco encefalico. Da lì passa al talamo e alla corteccia gustativa primaria, nell’insula, che ne codifica qualità e intensità, e poi alla corteccia orbitofrontale, dove gusto, aroma e consistenza si uniscono e diventano piacere.

Perché il gusto dipende così tanto dall’olfatto?

Mentre si mastica e si deglutisce, gli aromi risalgono dalla gola al naso lungo la via retronasale, e il cervello li fonde con i gusti della lingua collocando tutta la sensazione in bocca. Tappandosi il naso durante un sorso restano solo i gusti di base, mentre note tostate, fruttate o speziate spariscono quasi del tutto.

Il prezzo o l’etichetta possono cambiare il gusto di un vino?

In uno studio con risonanza magnetica su venti persone, lo stesso vino presentato con un prezzo più alto è stato giudicato più gradevole e ha attivato di più la corteccia orbitofrontale mediale. Le aree gustative primarie non cambiavano, quindi a variare era la valutazione del piacere, influenzata dalle aspettative, mentre la percezione sensoriale restava la stessa.

Un sensore EEG può misurare la risposta a un assaggio?

Un sensore EEG non raggiunge la corteccia gustativa, che si trova in profondità nell’insula, e masticare produce disturbi muscolari molto più ampi del segnale cerebrale. Con un protocollo adatto può però seguire la risposta frontale e il ritmo alfa prima e dopo la deglutizione, insieme al battito cardiaco, confrontandoli con lo stato a riposo della persona.

Come si usa uno stimolo gustativo in un evento con BrainArt?

L’ospite indossa il sensore, resta qualche secondo a riposo e poi assaggia un vino, un caffè, un cocktail o un prodotto da forno. La sua risposta diventa una visualizzazione in tempo reale, un quadro stampato e una dashboard con una metrica dedicata. Lo stimolo si sceglie in base alla funzione, presentazione prodotto, fiera o evento aziendale.

Che cos’è la persistenza di un vino e come la misura BrainArt?

La persistenza è la durata delle sensazioni che un vino lascia dopo la deglutizione, che i sommelier chiamano finale e misurano in secondi. La metrica Persistenza segue il ritmo alfa dell’ospite dopo il sorso e registra quando torna al livello di riposo, con quattro letture, passeggera, distesa, duratura e sfumata.

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